mercoledì 17 dicembre 2014

Cronache nere: Allevamento della vergogna: inchiesta della Procur...

Cronache nere: Allevamento della vergogna: inchiesta della Procur...: La Procura ha aperto un'indagine sull'allevamento di cani "Vignola dei Conti", a Prunarolo di Vergato (Bologna): la Guardi...

Allevamento della vergogna: inchiesta della Procura e stop dal Comune

La Procura ha aperto un'indagine sull'allevamento di cani "Vignola dei Conti", a Prunarolo di Vergato (Bologna): la Guardia forestale aveva infatti scoperto che, su richiesta dell'allevatore, un veterinario praticava iniezioni di Tanax per uccidere i cani (soprattutto Corsi e Bolognesi) perfettamente sani ma non abbastanza belli per la riproduzione o le mostre. Il blitz della Forestale, arrivata quando un cane era appena stato ucciso, è stato ripreso e mandato in onda da Striscia la notizia.
Al momento risultano indagati sia l'allevatore sia il veterinario. Tre animali e l'area dove i cani morti venivano sotterrati sono stati posti sotto sequestro. Non solo: il Comune di Vergato ha imposto la sospensione di ogni attività dell'allevamento, con un'ordinanza - su richiesta della Forestale - in cui non solo viene bloccata l'attività, ma vengono vietati ogni cessione e ogni acquisto di cani, in attesa delle decisioni dell'Autorità giudiziaria. Il sindaco di Vergato Massimo Gnudi sta inoltre valutando l'opportunità di costituirsi parte civile perché la vicenda "getta una luce negativa sul territorio". Opportunità in via di valutazione, a responsabilità accertate, anche dal circolo di zona di Legambiente.

Riportate le novità, fatemi buttare lì un paio di domande a cui al momento non ho avuto risposta. Primo: ma se non fossero arrivate le telecamere di Striscia? Io che vivo in zona, adesso che il bubbone è scoppiato ne sento parlare dappertutto e il chiacchiericcio riporta che sì, effettivamente qualche sospetto su quell'attività c'era. Allora, chi sapeva non poteva rivolgersi alla Forestale e chiedere un controllo, visto che l'allevamento in questione è lì da almeno dieci anni?
Secondo: all'allevatore è fatto divieto di qualsiasi vendita o cessione, ma quelle povere bestie restano in mano a lui? Sperando che la Forestale prosegua nell'ottimo lavoro fatto finora e che continui a controllare, e sperando che l'Ordine dei medici veterinari non faccia il pesce in barile, invito tutti a non dimenticare questa brutta storia. Io non voglio farlo perché se tra un paio di settimane passerà tutto in cavalleria, ai due indagati basterà cambiare indirizzo e ricominciare daccapo.

martedì 16 dicembre 2014

Cani uccisi perché non sono "perfetti"

Questa volta parlo di cani ammazzati da un allevatore e da un veterinario: secondo me in un blog che si occupa di cronaca nera, questa storia ci sta benissimo. Non solo perché la legge vieta qualunque uccisione di cani, gatti o animali da compagnia provocata per crudeltà o in assenza di necessità (quindi commette un reato chi non ottempera al divieto), ma perché la storia si presta poi a una serie di riflessioni che riguardano anche l'uomo.

I fatti. A dare rilievo alla storia è stato un servizio di Striscia la notizia, nella puntata di lunedì 15 dicembre, ma siccome io abito vicino al luogo dove è avvenuta, mi è stato possibile avere accesso di prima mano a una serie di informazioni aggiuntive. Per la cronaca, la troupe di Striscia e la Forestale hanno fatto irruzione in un allevamento nei pressi di Vergato (sull'Appennino in provincia di Bologna) dove ancora caldo sul tavolo di una stanzetta, c'era un cane Corso appena ucciso da un'iniezione di Tanax praticata da un veterinario. L'allevatore si è barricato in casa per sfuggire alle telecamere e ha aperto la porta solo dopo la prima spallata di una Guardia forestale. In casa gli sono stati trovati cocaina e diversi flaconi di Tanax, nel terreno intorno le ruspe hanno portato alla luce decine di carcasse di cani sepolti alla bell'e meglio. Un fetore irrespirabile.
Ma quello che farebbe ridere se non facesse rabbrividire, sono state le giustificazioni. Il veterinario incalzato dal giornalista ha balbettato che il cane era sì stato soppresso (come negarlo, era sul tavolo davanti a lui!), ma perché aveva avuto una serie di prolassi uterini (?) e l'allevatore non aveva voluto operarlo. L'allevatore si è lanciato invece nelle considerazioni filosofiche: "I cani son cani perché li chiamiamo cani, i polli sono polli perché li chiamiamo polli". Se non l'avete visto, cercate il video su Facebook e verificate di persona. La verità è che i cani erano in perfetta salute, venivano soppressi perché non erano abbastanza belli, abbastanza perfetti per riproduzioni o mostre. Peccato che sia un reato fare così.

I retroscena. Premetto che non faccio i nomi dell'allevatore e del veterinario non certo perché li voglio proteggere, ma solo perché, siccome sono una giornalista professionista regolarmente iscritta all'Ordine, visto che non ho ancora notizia certa dell'emissione di provvedimenti giudiziari a carico dei due, rischio io di avere delle grane per diffamazione se dico come si chiamano. Ma come ho potuto verificare, almeno del veterinario una foto l'ho già vista su fb, con tanto di nome e cognome.
Comunque. Già qualche giorno fa, senza dirmi di più, una mia carissima amica e veterinaria con un ambulatorio a Vergato (lei è davvero seria e competente) mi ha chiesto se una mia vicina che aveva già avuto un Corso poi morto di vecchiaia, era disposta ad adottarne un altro perché stavano smantellando un allevamento. Sul momento non ho chiesto niente di più, poi ho visto il servizio su Striscia e cominciato a chiedere. Ho scoperto allora che già da qualche tempo c'era il sospetto in zona che in quell'allevamento ci fosse qualcosa che non andava, così come qualche persona aveva trovato da ridire sulle cure di quel veterinario. Ma erano solo sospetti, dicerie magari interessate della concorrenza, e con i sospetti non si va da nessuna parte. Poi (finalmente) sono arrivati il blitz della Forestale e la troupe di Striscia. Ma come andrà a finire?

L'enigma-epilogo. Già, come andrà a finire questa storia? A quanto mi è dato sapere, sul momento non c'è stato alcun sequestro. Quindi i cani sono ancora nelle mani di quel solerte allevatore che il giorno dopo il servizio tv, ha postato la seguente:
"Sono spiacente di dover comunicare che essendo venute meno le condizioni economiche minime che mi consentivano l'esercizio dell'attività e preso atto delle recenti iniziative, anche giudiziarie, che mi hanno coinvolto e che mettono in discussione l'essenza stessa della professione di allevatore, sono mio malgrado costretto a cessare tutte le attività dell'allevamento. I cani sono a disposizione per essere regalati o per essere ceduti ad altri allevamenti di comprovata affidabilità dietro compenso da pattuirsi".
Sarei davvero curiosa di sapere che cosa questo signore intenda per "comprovata affidabilità" e quanti soldi voglia ancora. In sintesi: che cosa ne sarà di quei cani non è dato sapere, che cosa farà l'Autorità giudiziaria nemmeno (io per ora non ne ho avuta notizia, ma continuerò a informarmi); in più la vox populi della zona dice che questo signore ha anche un allevamento in Serbia, quindi basta che si porti via i cani oltre confine e lì una punturina di Tanax per eliminarli passa inosservata.
Non faccio mai appelli per piazzare cani o gatti disperati: ho due cani di razza perché mi sono stati regalati dalle mie figlie e da mio marito dopo la morte improvvisa e inevitabile di altri due amatissimi (uno proveniva dalla cucciolata di un'amica, l'altro era stato raccattato per strada dalla veterinaria seria e competente di cui parlavo prima), e ho tre gatti altrettanto raccattati. Quindi la mia parte la sto facendo. Ma stavolta, una parola per questi derelitti la spendo e in privato posso dare tutte le informazioni possibili, basta contattarmi.

Brevi considerazioni finali. Anche e soprattutto la mia amica veterinaria si sta facendo in quattro per dare a questi cani (e non solo a loro) una sorte migliore di una puntura di Tanax. Era furiosa in particolare pensando all'ipotesi che, come ha detto uno dei due "protagonisti" della storia, tanto fra un paio di settimane ci si dimenticherà di tutto. Basta un buon avvocato e cambiare indirizzo. A me invece la cosa non va giù e dò il mio contributo a far sì che di questa storia se ne parli eccome. Proprio su un blog di cronaca nera. Aiutatemi.
Perché, come diceva Honoré de Balzac, più conosco gli uomini e più amo le bestie. E perché sono convinta che chi si comporta come questi due con i cani, non avrebbe alcuno scrupolo a comportarsi così anche con vecchi, bambini e handicappati: se non servono, che cosa ce li teniamo a fare? La logica del dottor Mengele con ebrei, zingari e omosessuali non era tanto diversa.
Un anno fa il veterinario in questione aveva postato su fb un pensiero che - come ho verificato adesso - ha da qualche minuto provveduto a far sparire dal proprio profilo pubblico (non sono sua amica e non lo diventerò mai): in sintesi, pur conscio di poter essere criticato, sosteneva la posizione di non so quale politico sull'opportunità di sopprimere, dopo un certo periodo, gli animali nei canili che nessuno voleva adottare. Così il Comune risparmiava. Devo dire che è stato sorprendentemente coerente. Ma allora perché non ha avuto il coraggio di lasciare quel post?
Per quanto riguarda invece le riflessioni più generali su valori, cani, gatti e cattiverie umane, mi limiterò a citare Jeremy Bentham, filosofo e giurista inglese del Settecento, uno dei primi proponenti della teoria dell'utile e dei diritti degli animali, che influenzò notevolmente lo sviluppo del liberalismo: "Il problema non è se possono ragionare, né se possono parlare. Ma possono soffrire?". Dovrebbero rifletterci in tanti, ma in particolare questo allevatore, questo veterinario e tutti quelli che vorrebbero lasciare affondare i barconi della disperazione con tutti gli immigrati dentro.

sabato 13 dicembre 2014

Veronica, i forcaioli e l'insegnamento di Malala

Se - e sottolineo se - Veronica Panarello ha strangolato e gettato ancora agonizzante il figlio Loris di 8 anni in un canale, è lecito attenderla all'ingresso del carcere per gridarle "assassina" e invocare la pena di morte? Quello che ho visto sull'argomento nei video trasmessi urbi et orbi e che ho letto nei commenti vari, mi dà l'occasione per raccogliere l'invito di un mio follower su Twitter (a proposito, grazie a tutti quelli che mi seguono!): riflettere sul vuoto dei valori.

Primo punto: le madri che uccidono i figli.
Lo ripeterò fino allo sfinimento, perché studio il tema da anni e perché sono una vecchia cronista di nera: che Veronica sia colpevole o innocente, le madri che uccidono i figli ci sono dai tempi dei miti greci, Medea ne è solo l'esempio più noto. Ma non tutte queste "madri cattive" lo fanno per vendicarsi di un uomo. Di "ragioni" ce ne sono tante: alcuni esperti sostengono che una donna che uccide il figlio lo fa perché uccide una parte di sé, altri invocano vari disturbi della personalità, altri la depressione post partum che degenera in psicosi puerperale. A chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, segnalo tre libri che a me hanno insegnato molto: il classico "La mamma cattiva" di Glauco Carloni e Daniela Nobili; poi "Mamma, non farmi male" di Marina Valcarenghi; e "Vincolo di sangue" di Gianluca Arrighi, avvocato penalista attualmente ai vertici delle classifiche come scrittore di legal thriller, che in questo libro invece ha raccontato una storia vera. Quella di Rosalia Quartararo, una delle pochissime ergastolane in Italia, che nel 1993 uccise la figlia 18enne a colpi di spazzolone. All'epoca i giornali scrissero che era un delitto per gelosia: una "bufala" colossale. Di fatto, solo grazie ad Arrighi la Quartararo ha avuto per la prima volta, lo scorso Natale, dodici ore di permesso premio dopo vent'anni dietro le sbarre. E in carcere ha subìto un pestaggio durissimo da parte delle altre detenute senza che nessuno se ne accorgesse. Di questo i forcaioli saranno contenti, credo.

Secondo punto: i valori latitanti.
Non tutte le donne che uccidono i figli sono matte, cioè incapaci di intendere e di volere quindi non punibili (se non in carcere, finiscono comunque negli Opg). Ma dalle tantissime storie che ho esplorato, emerge quasi sempre un dato: queste donne hanno una storia familiare di povertà di affetti, di valori e di cura educativa. Oppure sono cresciute in ambienti degradati, o a loro volta sono figlie di genitori con disturbi mentali più o meno gravi. Certo, non tutte le persone vissute in queste condizioni devono diventare assassine, ma è vero anche che non tutti hanno la stessa strutturazione di personalità: ci sono soggetti più o meno deboli, più o meno in grado di elaborare, superare e diventare madri (o padri) migliori dei loro. Né sto dicendo che da parte dei genitori ci sia una trascuratezza colpevole: non l'hanno fatto apposta, certo, perché a loro volta hanno subìto le stesse cose. E' una catena che spesso lega più generazioni.
Cosa c'entrano i valori in tutto questo? C'entrano eccome. Per spiegarlo uso le parole di una ragazzina che viene dal Pakistan e che ha conosciuto la violenza di due pallottole in fronte sparate dai talebani perché voleva studiare. Quella ragazzina è Malala Yousafzai, il più giovane premio Nobel per la pace. Nel palazzo di vetro dell'Onu, il 12 luglio 2013, Malala ha lanciato un appello ai Governi del mondo per il diritto all'istruzione delle donne e i bambini: non le armi, non ma violenza ma "un bambino, un maestro, un libro e una penna possono cambiare il mondo. L'istruzione è l'unica soluzione. L'istruzione è la prima cosa". Poi parla anche di perdono "che ho imparato da mio padre e da mia madre".
Ecco: che cosa abbiamo imparato, noi tutti, da nostro padre e nostra madre? Da loro - se li abbiamo - abbiamo imparato i valori fondamentali: la responsabilità, la solidarietà, la capacità di amare e di ascoltare. E queste donne che uccidono i figli, che cosa hanno imparato dalle famiglie d'origine? Cito il direttore dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere: commentando il caso di un'altra figlicida che riempì le cronache qualche anno fa, disse che certi delitti venivano in realtà commessi da più mani di quelle del colpevole.

Terzo punto: i forcaioli.
Abbiamo visto tutti il bello spettacolo di uomini e donne (soprattutto donne, e non è un caso) davanti al carcere di Catania a fare a gara di insulti contro Veronica Panarello. Vi è piaciuto? A me neanche un po', lo dico chiaro e tondo. Perché quello spettacolo è indice di una serie di elementi preoccupanti: i forcaioli hanno la verità in tasca, tutta e subito; i forcaioli non si preoccupano di conoscere e di capire, passaggi fondamentali per la prevenzione efficace di qualsiasi bruttura; i forcaioli mi fanno venire in mente la frase di "Quelli che ben pensano", una canzone di Frankie Hi-nrg: "Sono come te ma non parlano con te, sono come te ma si credono meglio". Ho già detto e ripeto: chi commette un crimine, a maggior ragione una madre o un padre che uccidono un figlio, deve pagare. Ma la pena è quella stabilita da un tribunale al termine di un giusto processo. Quella dei forcaioli è un'esibizione gratuita e dannosa. E a proposito di valori: sono come noi ma si credono meglio.

mercoledì 10 dicembre 2014

Perché la "mamma cattiva" fa più paura di un terrorista?

Sulla morte di Loris Stival, il bambino di otto anni trovato morto per strangolamento in un canalone a Santa Croce Camerina (Ragusa), si sta sommando una serie di fatti che lasciano sempre meno spazio ad altre ipotesi. I fatti questa volta non risultano da testimonianze di donne o uomini, suscettibili di elaborazioni personali, ma da fotografie, anzi da fotogrammi di video registrati da varie telecamere disseminate nel paese. Li ripercorro brevemente, ma si desumevano già dal mio post precedente.

  • Veronica, la mamma 25enne, è rimasta mezz'ora in casa con Loris che a scuola quella mattina non ci ha mai messo piede.
  • Quando è uscita, si è diretta proprio nei pressi del canalone dove è stato ritrovato il corpo del bambino e in quella zona c'è rimasta circa 6 minuti.
  • Al momento continua a proclamarsi innocente ma non risulta fornisca spiegazioni a tutte le contraddizioni emerse da suoi racconti in questi giorni.
Il risultato del quadro, inevitabile, è un fermo per omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere nei confronti di Veronica.
Questo deve far desistere da qualsiasi considerazione: al momento Veronica è indagata, la parola colpevole o innocente potrà essere pronunciata solo dai giudici al termine di un processo. Anzi, di tre processi perché il nostro ordinamento prevede tre gradi di giudizio. Quindi da qui alla fine delle indagini, bisogna fare ancora dei chilometri. Cautela dunque.

Ma l'opinione pubblica è scatenata: si levano ovunque - per strada, sul web, in tv, nei giornali - i commenti dai toni più disparati. E ovunque i commenti prevalenti vertono su queste due sensazioni: l'incredulità o l'appello alla severità estrema.
Che il mondo sia pieno di forcaioli, non lo scopriamo adesso, ma questo sarebbe oggetto di un'altra analisi. Vorrei invece, qui e ora, fermare la riflessione sull'incredulità. Perché è così difficile "mandare giù" l'idea che una madre possa avere ucciso il figlio?
Le ragioni sono molteplici e mi permetto di esplorarle un po' perché le studio da anni, sia come cronista di nera, sia perché sono laureata in sociologia e scienze criminologiche. Già negli anni Settanta un luminare della psichiatria e della psicoanalisi scomparso nel 2000, Glauco Carloni, assieme alla collega Daniela Nobili, pubblicò il libro "La mamma cattiva", dove affrontava il tema del figlicidio a partire dal mito greco. Eppure, rispetto ad altri argomenti, questo libro almeno nella "vulgata" è passato quasi inosservato, a parte quando si verificano casi di cronaca come quello di Loris. Allora tutte le volte si torna a parlare di Medea, ecc. ecc., poi si rimette tutto nel cassetto mentre fioriscono libri, articoli e trasmissioni sulle mammine perfette, sulle famiglie del Mulino bianco, su miti che si vedono solo nella pubblicità e mai nella vita reale.
Perché? Secondo me perché quello della buona madre è un totem che resiste a qualsiasi scossone, perché la nostra società ne ha bisogno. E' un mito positivo che non può essere scalfito pena, direbbe Émile Durkheim, la non tenuta della coesione sociale. Quindi meglio invocare la pazzia, il raptus: termini di cui si usa e abusa senza nemmeno sapere di che cosa si sta parlando.
Ma le madri uccidono invece, raramente ma uccidono. E quelle che uccidono hanno dietro di sé delle storie che dovrebbero far riflettere, invece di far scaturire giudizi sommari come sto verificando ancora una volta.
Non posso dire se Veronica sia colpevole o no: di fatto, i colleghi che hanno scavato nella sua breve vita, hanno trovato la storia di una bambina che ha quattro sorelle, che i padri biologici di queste cinque figlie sarebbero tre, che la mamma avrebbe detto a Veronica di non averla mai voluta, al termine di una lite conclusa con un tentativo di suicidio della ragazzina, all'epoca quattordicenne. Emergerebbe poi un rapporto estremamente conflittuale con la madre che in questi giorni ha dipinto Veronica come violenta e aggressiva fin da bambina.
Violenta? Chiedo a tutte le donne (e agli uomini) che condannano e basta queste "madri cattive": ma come vi sentireste se vostra madre vi dicesse che non vi aveva mai voluto, vi raccontasse la verità su chi è vostro padre durante una lite? Non sto giustificando Veronica, certo, né tutte le ragazze che hanno una storia familiare problematica diventano assassine o figlicide. Chiedo solo di metterci tutti, per un attimo, nei panni di una ragazzina che si sente dire queste cose. Ma come crescerà? Magari non proprio equilibrata, penso. E da lì può succedere tutto, il meglio o il peggio.
Il processo sociale di negazione. I problemi psicologici, i disturbi mentali, nella nostra società vengono negati. Bisogna normalizzare tutto perché se hai male allo stomaco, ai denti, al cuore è tutto lecito: vai dal gastroenterologo, dal dentista, dal cardiologo. Se hai male all'anima, alla psiche, è meglio che ti vergogni; se vai dallo psichiatra o dallo psicologo sei un matto, un reietto che tutti allontaneranno. Quindi nascondi tutto, anche se magari dopo un po' di tempo esplodi. Tanto, se poi alla fine fai qualcosa che non va, è colpa tua. Punto e basta.
Mi sono dilungata anche troppo. Ne riparlerò ancora. Se anche solo una persona che mi legge si fermerà a riflettere un attimo, un attimo solo, vorrà dire che ho fatto qualcosa di buono. E questo mi piace.


venerdì 5 dicembre 2014

Loris: una morte orribile, i dubbi e i commenti

Ho appena finito di guardare Quarto grado (imperdibile per gli appassionati o gli addetti ai lavori della cronaca nera) e come logico si è parlato, per tre quarti della puntata, del caso del bambino di otto anni strangolato il 29 novembre nel Ragusano, Loris Andrea Stival. Anche questa volta ho trovato un'impeccabile serie di servizi sul punto delle indagini ma soprattutto alla fine è stata mandata in onda una tabella con percorsi e orari dell'auto della giovanissima madre di Loris, secondo le immagini registrate dalle telecamere sparse quasi ovunque a Santa Croce Camerina, il piccolo paese teatro del delitto.
Ripercorriamo la tabella:
8.32: l'auto della madre esce dal garage di casa. Nella registrazione si vedono lei, Loris e il fratellino.
Ma si vede anche Loris che subito dopo rientra a casa.
8.33: l'auto si dirige verso il paese. A bordo, con la madre, c'è solo il fratellino.
8.38: una telecamera riprende ancora l'auto sempre diretta verso il paese.
8.49: la madre di Loris riporta l'auto nel garage di casa. E' sola perché ha accompagnato il figlio più piccolo in una ludoteca.
9.25: la giovane esce di nuovo.
9.27: l'auto viene ripresa nei pressi di un distributore di benzina, dalla parte opposta di Santa Croce ma anche di Donnafugata, il luogo dove la mamma di Loris si doveva recare per frequentare un corso di cucina.
9.55: arrivo della madre al corso.
Perché è così importante questa tabella, che il giornalista Simone Toscano ha confermato provenire da fonti investigative? Perché fa emergere una serie di buchi nel racconto che la donna avrebbe fatto agli investigatori, stando a quanto riportano tutti i mezzi di informazione che si occupano del caso.
In sintesi: l'auto non solo non viene ripresa da alcuna delle tante telecamere piazzate nei pressi della scuola di Loris e dove la donna ha detto invece di averlo accompagnato, ma i fotogrammi mostrerebbero invece che il bimbo, da solo, rientra in casa. Ancora, perché alle 8.49 la mamma torna nella propria abitazione per uscire alle 9.25? E perché alle 9.27 l'auto è in direzione opposta a dove la donna deve andare? A questo si aggiunge il giallo di un sacchetto di immondizia lasciato, sempre secondo il racconto della donna, in un luogo vicino alla strada che porta al canalone dove Loris verrà trovato cadavere qualche ora dopo, nel pomeriggio. Ma soprattutto: dalle 8.49 alle 9.25 la donna risulta essere in casa con il bimbo.
Buchi nei tempi, racconti che non tornano, il giallo delle fascette da elettricista consegnate dalla madre alle maestre (sembra che Loris sia stato strangolato con una fascetta), gli slip da bambino lasciati misteriosamente vicino alla scuola (un depistatore?) e tanto altro ancora di oscuro, compreso il fatto che non è chiaro se sul corpo del bambino ci siano o no segni di violenze, presenti o pregresse: una matassa intricatissima su cui si accavallano i commenti di psichiatri, psicologi, criminologi e vari addetti ai lavori, che dicono tutto e il contrario di tutto.
Ma che l'ipotesi della pedofilia stia retrocedendo mentre si concentra l'attenzione degli investigatori sulla madre, appare sempre più chiaro. Anche se, va precisato, al momento la madre non risulta indagata ma solo persona offesa.
Voglio sgombrare il campo da dubbi: solo agli inquirenti è consentito lanciare accuse e solo ai tribunali è dato emettere sentenze, al termine di un regolare processo. Non ritengo quindi sia il caso, al di fuori di questi ambiti, nemmeno azzardare ipotesi di innocenza o colpevolezza a carico di chicchessia, con o senza verbi al condizionale. Saranno gli investigatori a fornire il quadro ai magistrati anche in questo caso. Punto e stop.
Su un altro dato invece vorrei offrire uno spunto di riflessione: ho fatto un giro sul web e ho letto decine di commenti. Ce ne sono una valanga di stizziti contro i mezzi di informazione che, doverosamente, hanno sottolineato le incongruenze del racconto della madre della piccola vittima. Ancora una volta ho dovuto registrare, nel sentire comune, il rigetto fortissimo all'idea che una donna possa fare del male a un figlio. Addirittura, quando la redazione di Quarto grado ha mostrato la tabella con gli orari, e i buchi sono diventati ancor più evidenti, i commenti sul web hanno "virato" verso l'ipotesi di un incidente: meglio pensare al tragico gioco di un bambino malamente gestito, che a una mamma assassina. La madre eternamente buona, sempre e comunque, è un dogma che resiste a qualsiasi evidenza. Fermo restando che la morte di Loris Stival è ancora un mistero e il nome del suo assassino è al momento un'incognita. Come si suol dire, tutte le piste restano aperte.