Due notizie hanno attirato la mia attenzione in questi giorni di festa: la vicenda della bambina americana di due anni che, seduta nel carrello del supermercato mentre la mamma faceva la spesa, ha preso dalla sua borsa una pistola, è partito il colpo e la mamma è rimasta uccisa; e la vicenda della bambina italiana di 11 anni che ha preso la pistola custodita dal papà poliziotto nel cassetto della scrivania, anche questa volta è partito il colpo ma a morire è stata la bambina.
Poi leggo sul Resto del Carlino di Bologna che nel 2014 sono aumentate le rapine per strada e l'aumento, secondo il procuratore aggiunto Valter Giovannini, potrebbe essere riferibile "all'impossibilità di applicare il carcere nei confronti di spacciatori 'al minuto' i quali, con un mercato abbastanza saturo e non abbandonando la città, potrebbero aver cercato forme di reddito alternativo". Leggo anche un commento alla notizia postato su Facebook. Anzi, più che un commento è una proposta. In sintesi: porto d'armi a chi lo richiede e facciamoci giustizia da soli, così salvaguardiamo la nostra vita e i nostri soldi.
Ecco che cosa mi ha fatto collegare le notizie: il commento su Fb, che mi agghiaccia. E mi scappa l'analisi come al solito su argomenti non proprio da allegria, anche se è il primo dell'anno e la mia intenzione era di farmi gli affari miei tutto il giorno, senza accendere pc, ipad e magari stare con il silenzioso nell'iphone. Ma non resisto.
Poche cose. Dunque, negli Stati Uniti si sa che il possesso delle armi è ben più disinvolto che in Italia. Nonostante questo, a quel che so, non è che gli Usa siano quell'oasi di pace e di giustizia sociale paventate dagli auspicanti "armi per tutti, sicurezza garantita". Il fatto che in Usa una pistola la si possa comprare anche al discount, non mi sembra abbia portato tutta questa tranquillità. Come la pena di morte. Fior di studi e di dati hanno dimostrato e dimostrano che l'iniezione letale, la sedia elettrica, la camera a gas o altre forme di - per me - omicidio di Stato, come deterrente non funzionano. Anzi: armi e death penalties accrescono la violenza. Obama ci prova da anni, i repubblicani non ci sentono e bloccano, anzi alimentano la paura: è la cosa più facile del mondo e qualche consenso lo porta sempre. Ma non mi sembra ci sia molto da invidiare a quel sistema. E non ho dubbi ad affermare che il rimedio spesso è peggiore del male. Gli effetti collaterali, come il caso della bimba dimostra, possono essere devastanti. Per me basta quest'episodio a mettere in crisi tutta l'impalcatura.
Caso italiano: non mi sembra di sparare sulla Croce Rossa dicendo che la pistola per un appartenente alle forze dell'ordine è sì uno strumento di lavoro, ma esistono anche precisi obblighi per la custodia. Ad esempio quello di adottare tutte le cautele necessarie a impedire che di quell'arma se ne possano impossessare minori, incapaci o inesperti. Se è vero, come viene riportato, che la pistola che ha ucciso la bimba di 11 anni era nel cassetto di una scrivania, le cautele previste per legge sono state rispettate? Oppure la pistola doveva essere a portata di mano per qualsiasi evenienza? Faccio un'altra domanda: liquidiamo tutto con l'etichetta di "tragica fatalità", come ha detto lo sceriffo della cittadina americana, o andiamo più a fondo e accertiamo - e sanzioniamo - eventuali responsabilità?
Tanto per essere chiari: se fosse per me, di armi ne girerebbero molte meno e la pena di morte sarebbe cancellata dalla faccia della terra. La giustizia fai-da-te è un'aberrazione sociale che purtroppo richiama ancora molti ammiratori, in nome del mito della sicurezza. A questo proposito concludo con un invito e una citazione. L'invito è a comprare un libro e a leggerlo: Paura liquida di Zygmunt Bauman. La citazione è di Helen Keller, dal libro The Open Door (1957): "La sicurezza è perlopiù una superstizione. Non esiste in natura, né i cuccioli di uomo riescono a provarla. Evitare il pericolo non è più sicuro, sul lungo periodo, che esservi esposti apertamente. O la vita è una avventura da vivere audacemente, oppure è niente".
Auguro a tutti quelli che hanno la bontà di leggermi, e a me stessa, un 2015 con il cervello in piena attività ogni giorno dell'anno!
Cronache nere
giovedì 1 gennaio 2015
mercoledì 17 dicembre 2014
Cronache nere: Allevamento della vergogna: inchiesta della Procur...
Cronache nere: Allevamento della vergogna: inchiesta della Procur...: La Procura ha aperto un'indagine sull'allevamento di cani "Vignola dei Conti", a Prunarolo di Vergato (Bologna): la Guardi...
Allevamento della vergogna: inchiesta della Procura e stop dal Comune
La Procura ha aperto un'indagine sull'allevamento di cani "Vignola dei Conti", a Prunarolo di Vergato (Bologna): la Guardia forestale aveva infatti scoperto che, su richiesta dell'allevatore, un veterinario praticava iniezioni di Tanax per uccidere i cani (soprattutto Corsi e Bolognesi) perfettamente sani ma non abbastanza belli per la riproduzione o le mostre. Il blitz della Forestale, arrivata quando un cane era appena stato ucciso, è stato ripreso e mandato in onda da Striscia la notizia.
Al momento risultano indagati sia l'allevatore sia il veterinario. Tre animali e l'area dove i cani morti venivano sotterrati sono stati posti sotto sequestro. Non solo: il Comune di Vergato ha imposto la sospensione di ogni attività dell'allevamento, con un'ordinanza - su richiesta della Forestale - in cui non solo viene bloccata l'attività, ma vengono vietati ogni cessione e ogni acquisto di cani, in attesa delle decisioni dell'Autorità giudiziaria. Il sindaco di Vergato Massimo Gnudi sta inoltre valutando l'opportunità di costituirsi parte civile perché la vicenda "getta una luce negativa sul territorio". Opportunità in via di valutazione, a responsabilità accertate, anche dal circolo di zona di Legambiente.
Riportate le novità, fatemi buttare lì un paio di domande a cui al momento non ho avuto risposta. Primo: ma se non fossero arrivate le telecamere di Striscia? Io che vivo in zona, adesso che il bubbone è scoppiato ne sento parlare dappertutto e il chiacchiericcio riporta che sì, effettivamente qualche sospetto su quell'attività c'era. Allora, chi sapeva non poteva rivolgersi alla Forestale e chiedere un controllo, visto che l'allevamento in questione è lì da almeno dieci anni?
Secondo: all'allevatore è fatto divieto di qualsiasi vendita o cessione, ma quelle povere bestie restano in mano a lui? Sperando che la Forestale prosegua nell'ottimo lavoro fatto finora e che continui a controllare, e sperando che l'Ordine dei medici veterinari non faccia il pesce in barile, invito tutti a non dimenticare questa brutta storia. Io non voglio farlo perché se tra un paio di settimane passerà tutto in cavalleria, ai due indagati basterà cambiare indirizzo e ricominciare daccapo.
Al momento risultano indagati sia l'allevatore sia il veterinario. Tre animali e l'area dove i cani morti venivano sotterrati sono stati posti sotto sequestro. Non solo: il Comune di Vergato ha imposto la sospensione di ogni attività dell'allevamento, con un'ordinanza - su richiesta della Forestale - in cui non solo viene bloccata l'attività, ma vengono vietati ogni cessione e ogni acquisto di cani, in attesa delle decisioni dell'Autorità giudiziaria. Il sindaco di Vergato Massimo Gnudi sta inoltre valutando l'opportunità di costituirsi parte civile perché la vicenda "getta una luce negativa sul territorio". Opportunità in via di valutazione, a responsabilità accertate, anche dal circolo di zona di Legambiente.
Riportate le novità, fatemi buttare lì un paio di domande a cui al momento non ho avuto risposta. Primo: ma se non fossero arrivate le telecamere di Striscia? Io che vivo in zona, adesso che il bubbone è scoppiato ne sento parlare dappertutto e il chiacchiericcio riporta che sì, effettivamente qualche sospetto su quell'attività c'era. Allora, chi sapeva non poteva rivolgersi alla Forestale e chiedere un controllo, visto che l'allevamento in questione è lì da almeno dieci anni?
Secondo: all'allevatore è fatto divieto di qualsiasi vendita o cessione, ma quelle povere bestie restano in mano a lui? Sperando che la Forestale prosegua nell'ottimo lavoro fatto finora e che continui a controllare, e sperando che l'Ordine dei medici veterinari non faccia il pesce in barile, invito tutti a non dimenticare questa brutta storia. Io non voglio farlo perché se tra un paio di settimane passerà tutto in cavalleria, ai due indagati basterà cambiare indirizzo e ricominciare daccapo.
martedì 16 dicembre 2014
Cani uccisi perché non sono "perfetti"
Questa volta parlo di cani ammazzati da un allevatore e da un veterinario: secondo me in un blog che si occupa di cronaca nera, questa storia ci sta benissimo. Non solo perché la legge vieta qualunque uccisione di cani, gatti o animali da compagnia provocata per crudeltà o in assenza di necessità (quindi commette un reato chi non ottempera al divieto), ma perché la storia si presta poi a una serie di riflessioni che riguardano anche l'uomo.
I fatti. A dare rilievo alla storia è stato un servizio di Striscia la notizia, nella puntata di lunedì 15 dicembre, ma siccome io abito vicino al luogo dove è avvenuta, mi è stato possibile avere accesso di prima mano a una serie di informazioni aggiuntive. Per la cronaca, la troupe di Striscia e la Forestale hanno fatto irruzione in un allevamento nei pressi di Vergato (sull'Appennino in provincia di Bologna) dove ancora caldo sul tavolo di una stanzetta, c'era un cane Corso appena ucciso da un'iniezione di Tanax praticata da un veterinario. L'allevatore si è barricato in casa per sfuggire alle telecamere e ha aperto la porta solo dopo la prima spallata di una Guardia forestale. In casa gli sono stati trovati cocaina e diversi flaconi di Tanax, nel terreno intorno le ruspe hanno portato alla luce decine di carcasse di cani sepolti alla bell'e meglio. Un fetore irrespirabile.
Ma quello che farebbe ridere se non facesse rabbrividire, sono state le giustificazioni. Il veterinario incalzato dal giornalista ha balbettato che il cane era sì stato soppresso (come negarlo, era sul tavolo davanti a lui!), ma perché aveva avuto una serie di prolassi uterini (?) e l'allevatore non aveva voluto operarlo. L'allevatore si è lanciato invece nelle considerazioni filosofiche: "I cani son cani perché li chiamiamo cani, i polli sono polli perché li chiamiamo polli". Se non l'avete visto, cercate il video su Facebook e verificate di persona. La verità è che i cani erano in perfetta salute, venivano soppressi perché non erano abbastanza belli, abbastanza perfetti per riproduzioni o mostre. Peccato che sia un reato fare così.
I retroscena. Premetto che non faccio i nomi dell'allevatore e del veterinario non certo perché li voglio proteggere, ma solo perché, siccome sono una giornalista professionista regolarmente iscritta all'Ordine, visto che non ho ancora notizia certa dell'emissione di provvedimenti giudiziari a carico dei due, rischio io di avere delle grane per diffamazione se dico come si chiamano. Ma come ho potuto verificare, almeno del veterinario una foto l'ho già vista su fb, con tanto di nome e cognome.
Comunque. Già qualche giorno fa, senza dirmi di più, una mia carissima amica e veterinaria con un ambulatorio a Vergato (lei è davvero seria e competente) mi ha chiesto se una mia vicina che aveva già avuto un Corso poi morto di vecchiaia, era disposta ad adottarne un altro perché stavano smantellando un allevamento. Sul momento non ho chiesto niente di più, poi ho visto il servizio su Striscia e cominciato a chiedere. Ho scoperto allora che già da qualche tempo c'era il sospetto in zona che in quell'allevamento ci fosse qualcosa che non andava, così come qualche persona aveva trovato da ridire sulle cure di quel veterinario. Ma erano solo sospetti, dicerie magari interessate della concorrenza, e con i sospetti non si va da nessuna parte. Poi (finalmente) sono arrivati il blitz della Forestale e la troupe di Striscia. Ma come andrà a finire?
L'enigma-epilogo. Già, come andrà a finire questa storia? A quanto mi è dato sapere, sul momento non c'è stato alcun sequestro. Quindi i cani sono ancora nelle mani di quel solerte allevatore che il giorno dopo il servizio tv, ha postato la seguente:
"Sono spiacente di dover comunicare che essendo venute meno le condizioni economiche minime che mi consentivano l'esercizio dell'attività e preso atto delle recenti iniziative, anche giudiziarie, che mi hanno coinvolto e che mettono in discussione l'essenza stessa della professione di allevatore, sono mio malgrado costretto a cessare tutte le attività dell'allevamento. I cani sono a disposizione per essere regalati o per essere ceduti ad altri allevamenti di comprovata affidabilità dietro compenso da pattuirsi".
Sarei davvero curiosa di sapere che cosa questo signore intenda per "comprovata affidabilità" e quanti soldi voglia ancora. In sintesi: che cosa ne sarà di quei cani non è dato sapere, che cosa farà l'Autorità giudiziaria nemmeno (io per ora non ne ho avuta notizia, ma continuerò a informarmi); in più la vox populi della zona dice che questo signore ha anche un allevamento in Serbia, quindi basta che si porti via i cani oltre confine e lì una punturina di Tanax per eliminarli passa inosservata.
Non faccio mai appelli per piazzare cani o gatti disperati: ho due cani di razza perché mi sono stati regalati dalle mie figlie e da mio marito dopo la morte improvvisa e inevitabile di altri due amatissimi (uno proveniva dalla cucciolata di un'amica, l'altro era stato raccattato per strada dalla veterinaria seria e competente di cui parlavo prima), e ho tre gatti altrettanto raccattati. Quindi la mia parte la sto facendo. Ma stavolta, una parola per questi derelitti la spendo e in privato posso dare tutte le informazioni possibili, basta contattarmi.
Brevi considerazioni finali. Anche e soprattutto la mia amica veterinaria si sta facendo in quattro per dare a questi cani (e non solo a loro) una sorte migliore di una puntura di Tanax. Era furiosa in particolare pensando all'ipotesi che, come ha detto uno dei due "protagonisti" della storia, tanto fra un paio di settimane ci si dimenticherà di tutto. Basta un buon avvocato e cambiare indirizzo. A me invece la cosa non va giù e dò il mio contributo a far sì che di questa storia se ne parli eccome. Proprio su un blog di cronaca nera. Aiutatemi.
Perché, come diceva Honoré de Balzac, più conosco gli uomini e più amo le bestie. E perché sono convinta che chi si comporta come questi due con i cani, non avrebbe alcuno scrupolo a comportarsi così anche con vecchi, bambini e handicappati: se non servono, che cosa ce li teniamo a fare? La logica del dottor Mengele con ebrei, zingari e omosessuali non era tanto diversa.
Un anno fa il veterinario in questione aveva postato su fb un pensiero che - come ho verificato adesso - ha da qualche minuto provveduto a far sparire dal proprio profilo pubblico (non sono sua amica e non lo diventerò mai): in sintesi, pur conscio di poter essere criticato, sosteneva la posizione di non so quale politico sull'opportunità di sopprimere, dopo un certo periodo, gli animali nei canili che nessuno voleva adottare. Così il Comune risparmiava. Devo dire che è stato sorprendentemente coerente. Ma allora perché non ha avuto il coraggio di lasciare quel post?
Per quanto riguarda invece le riflessioni più generali su valori, cani, gatti e cattiverie umane, mi limiterò a citare Jeremy Bentham, filosofo e giurista inglese del Settecento, uno dei primi proponenti della teoria dell'utile e dei diritti degli animali, che influenzò notevolmente lo sviluppo del liberalismo: "Il problema non è se possono ragionare, né se possono parlare. Ma possono soffrire?". Dovrebbero rifletterci in tanti, ma in particolare questo allevatore, questo veterinario e tutti quelli che vorrebbero lasciare affondare i barconi della disperazione con tutti gli immigrati dentro.
I fatti. A dare rilievo alla storia è stato un servizio di Striscia la notizia, nella puntata di lunedì 15 dicembre, ma siccome io abito vicino al luogo dove è avvenuta, mi è stato possibile avere accesso di prima mano a una serie di informazioni aggiuntive. Per la cronaca, la troupe di Striscia e la Forestale hanno fatto irruzione in un allevamento nei pressi di Vergato (sull'Appennino in provincia di Bologna) dove ancora caldo sul tavolo di una stanzetta, c'era un cane Corso appena ucciso da un'iniezione di Tanax praticata da un veterinario. L'allevatore si è barricato in casa per sfuggire alle telecamere e ha aperto la porta solo dopo la prima spallata di una Guardia forestale. In casa gli sono stati trovati cocaina e diversi flaconi di Tanax, nel terreno intorno le ruspe hanno portato alla luce decine di carcasse di cani sepolti alla bell'e meglio. Un fetore irrespirabile.
Ma quello che farebbe ridere se non facesse rabbrividire, sono state le giustificazioni. Il veterinario incalzato dal giornalista ha balbettato che il cane era sì stato soppresso (come negarlo, era sul tavolo davanti a lui!), ma perché aveva avuto una serie di prolassi uterini (?) e l'allevatore non aveva voluto operarlo. L'allevatore si è lanciato invece nelle considerazioni filosofiche: "I cani son cani perché li chiamiamo cani, i polli sono polli perché li chiamiamo polli". Se non l'avete visto, cercate il video su Facebook e verificate di persona. La verità è che i cani erano in perfetta salute, venivano soppressi perché non erano abbastanza belli, abbastanza perfetti per riproduzioni o mostre. Peccato che sia un reato fare così.
I retroscena. Premetto che non faccio i nomi dell'allevatore e del veterinario non certo perché li voglio proteggere, ma solo perché, siccome sono una giornalista professionista regolarmente iscritta all'Ordine, visto che non ho ancora notizia certa dell'emissione di provvedimenti giudiziari a carico dei due, rischio io di avere delle grane per diffamazione se dico come si chiamano. Ma come ho potuto verificare, almeno del veterinario una foto l'ho già vista su fb, con tanto di nome e cognome.
Comunque. Già qualche giorno fa, senza dirmi di più, una mia carissima amica e veterinaria con un ambulatorio a Vergato (lei è davvero seria e competente) mi ha chiesto se una mia vicina che aveva già avuto un Corso poi morto di vecchiaia, era disposta ad adottarne un altro perché stavano smantellando un allevamento. Sul momento non ho chiesto niente di più, poi ho visto il servizio su Striscia e cominciato a chiedere. Ho scoperto allora che già da qualche tempo c'era il sospetto in zona che in quell'allevamento ci fosse qualcosa che non andava, così come qualche persona aveva trovato da ridire sulle cure di quel veterinario. Ma erano solo sospetti, dicerie magari interessate della concorrenza, e con i sospetti non si va da nessuna parte. Poi (finalmente) sono arrivati il blitz della Forestale e la troupe di Striscia. Ma come andrà a finire?
L'enigma-epilogo. Già, come andrà a finire questa storia? A quanto mi è dato sapere, sul momento non c'è stato alcun sequestro. Quindi i cani sono ancora nelle mani di quel solerte allevatore che il giorno dopo il servizio tv, ha postato la seguente:
"Sono spiacente di dover comunicare che essendo venute meno le condizioni economiche minime che mi consentivano l'esercizio dell'attività e preso atto delle recenti iniziative, anche giudiziarie, che mi hanno coinvolto e che mettono in discussione l'essenza stessa della professione di allevatore, sono mio malgrado costretto a cessare tutte le attività dell'allevamento. I cani sono a disposizione per essere regalati o per essere ceduti ad altri allevamenti di comprovata affidabilità dietro compenso da pattuirsi".
Sarei davvero curiosa di sapere che cosa questo signore intenda per "comprovata affidabilità" e quanti soldi voglia ancora. In sintesi: che cosa ne sarà di quei cani non è dato sapere, che cosa farà l'Autorità giudiziaria nemmeno (io per ora non ne ho avuta notizia, ma continuerò a informarmi); in più la vox populi della zona dice che questo signore ha anche un allevamento in Serbia, quindi basta che si porti via i cani oltre confine e lì una punturina di Tanax per eliminarli passa inosservata.
Non faccio mai appelli per piazzare cani o gatti disperati: ho due cani di razza perché mi sono stati regalati dalle mie figlie e da mio marito dopo la morte improvvisa e inevitabile di altri due amatissimi (uno proveniva dalla cucciolata di un'amica, l'altro era stato raccattato per strada dalla veterinaria seria e competente di cui parlavo prima), e ho tre gatti altrettanto raccattati. Quindi la mia parte la sto facendo. Ma stavolta, una parola per questi derelitti la spendo e in privato posso dare tutte le informazioni possibili, basta contattarmi.
Brevi considerazioni finali. Anche e soprattutto la mia amica veterinaria si sta facendo in quattro per dare a questi cani (e non solo a loro) una sorte migliore di una puntura di Tanax. Era furiosa in particolare pensando all'ipotesi che, come ha detto uno dei due "protagonisti" della storia, tanto fra un paio di settimane ci si dimenticherà di tutto. Basta un buon avvocato e cambiare indirizzo. A me invece la cosa non va giù e dò il mio contributo a far sì che di questa storia se ne parli eccome. Proprio su un blog di cronaca nera. Aiutatemi.
Perché, come diceva Honoré de Balzac, più conosco gli uomini e più amo le bestie. E perché sono convinta che chi si comporta come questi due con i cani, non avrebbe alcuno scrupolo a comportarsi così anche con vecchi, bambini e handicappati: se non servono, che cosa ce li teniamo a fare? La logica del dottor Mengele con ebrei, zingari e omosessuali non era tanto diversa.
Un anno fa il veterinario in questione aveva postato su fb un pensiero che - come ho verificato adesso - ha da qualche minuto provveduto a far sparire dal proprio profilo pubblico (non sono sua amica e non lo diventerò mai): in sintesi, pur conscio di poter essere criticato, sosteneva la posizione di non so quale politico sull'opportunità di sopprimere, dopo un certo periodo, gli animali nei canili che nessuno voleva adottare. Così il Comune risparmiava. Devo dire che è stato sorprendentemente coerente. Ma allora perché non ha avuto il coraggio di lasciare quel post?
Per quanto riguarda invece le riflessioni più generali su valori, cani, gatti e cattiverie umane, mi limiterò a citare Jeremy Bentham, filosofo e giurista inglese del Settecento, uno dei primi proponenti della teoria dell'utile e dei diritti degli animali, che influenzò notevolmente lo sviluppo del liberalismo: "Il problema non è se possono ragionare, né se possono parlare. Ma possono soffrire?". Dovrebbero rifletterci in tanti, ma in particolare questo allevatore, questo veterinario e tutti quelli che vorrebbero lasciare affondare i barconi della disperazione con tutti gli immigrati dentro.
sabato 13 dicembre 2014
Veronica, i forcaioli e l'insegnamento di Malala
Se - e sottolineo se - Veronica Panarello ha strangolato e gettato ancora agonizzante il figlio Loris di 8 anni in un canale, è lecito attenderla all'ingresso del carcere per gridarle "assassina" e invocare la pena di morte? Quello che ho visto sull'argomento nei video trasmessi urbi et orbi e che ho letto nei commenti vari, mi dà l'occasione per raccogliere l'invito di un mio follower su Twitter (a proposito, grazie a tutti quelli che mi seguono!): riflettere sul vuoto dei valori.
Primo punto: le madri che uccidono i figli.
Lo ripeterò fino allo sfinimento, perché studio il tema da anni e perché sono una vecchia cronista di nera: che Veronica sia colpevole o innocente, le madri che uccidono i figli ci sono dai tempi dei miti greci, Medea ne è solo l'esempio più noto. Ma non tutte queste "madri cattive" lo fanno per vendicarsi di un uomo. Di "ragioni" ce ne sono tante: alcuni esperti sostengono che una donna che uccide il figlio lo fa perché uccide una parte di sé, altri invocano vari disturbi della personalità, altri la depressione post partum che degenera in psicosi puerperale. A chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, segnalo tre libri che a me hanno insegnato molto: il classico "La mamma cattiva" di Glauco Carloni e Daniela Nobili; poi "Mamma, non farmi male" di Marina Valcarenghi; e "Vincolo di sangue" di Gianluca Arrighi, avvocato penalista attualmente ai vertici delle classifiche come scrittore di legal thriller, che in questo libro invece ha raccontato una storia vera. Quella di Rosalia Quartararo, una delle pochissime ergastolane in Italia, che nel 1993 uccise la figlia 18enne a colpi di spazzolone. All'epoca i giornali scrissero che era un delitto per gelosia: una "bufala" colossale. Di fatto, solo grazie ad Arrighi la Quartararo ha avuto per la prima volta, lo scorso Natale, dodici ore di permesso premio dopo vent'anni dietro le sbarre. E in carcere ha subìto un pestaggio durissimo da parte delle altre detenute senza che nessuno se ne accorgesse. Di questo i forcaioli saranno contenti, credo.
Secondo punto: i valori latitanti.
Non tutte le donne che uccidono i figli sono matte, cioè incapaci di intendere e di volere quindi non punibili (se non in carcere, finiscono comunque negli Opg). Ma dalle tantissime storie che ho esplorato, emerge quasi sempre un dato: queste donne hanno una storia familiare di povertà di affetti, di valori e di cura educativa. Oppure sono cresciute in ambienti degradati, o a loro volta sono figlie di genitori con disturbi mentali più o meno gravi. Certo, non tutte le persone vissute in queste condizioni devono diventare assassine, ma è vero anche che non tutti hanno la stessa strutturazione di personalità: ci sono soggetti più o meno deboli, più o meno in grado di elaborare, superare e diventare madri (o padri) migliori dei loro. Né sto dicendo che da parte dei genitori ci sia una trascuratezza colpevole: non l'hanno fatto apposta, certo, perché a loro volta hanno subìto le stesse cose. E' una catena che spesso lega più generazioni.
Cosa c'entrano i valori in tutto questo? C'entrano eccome. Per spiegarlo uso le parole di una ragazzina che viene dal Pakistan e che ha conosciuto la violenza di due pallottole in fronte sparate dai talebani perché voleva studiare. Quella ragazzina è Malala Yousafzai, il più giovane premio Nobel per la pace. Nel palazzo di vetro dell'Onu, il 12 luglio 2013, Malala ha lanciato un appello ai Governi del mondo per il diritto all'istruzione delle donne e i bambini: non le armi, non ma violenza ma "un bambino, un maestro, un libro e una penna possono cambiare il mondo. L'istruzione è l'unica soluzione. L'istruzione è la prima cosa". Poi parla anche di perdono "che ho imparato da mio padre e da mia madre".
Ecco: che cosa abbiamo imparato, noi tutti, da nostro padre e nostra madre? Da loro - se li abbiamo - abbiamo imparato i valori fondamentali: la responsabilità, la solidarietà, la capacità di amare e di ascoltare. E queste donne che uccidono i figli, che cosa hanno imparato dalle famiglie d'origine? Cito il direttore dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere: commentando il caso di un'altra figlicida che riempì le cronache qualche anno fa, disse che certi delitti venivano in realtà commessi da più mani di quelle del colpevole.
Terzo punto: i forcaioli.
Abbiamo visto tutti il bello spettacolo di uomini e donne (soprattutto donne, e non è un caso) davanti al carcere di Catania a fare a gara di insulti contro Veronica Panarello. Vi è piaciuto? A me neanche un po', lo dico chiaro e tondo. Perché quello spettacolo è indice di una serie di elementi preoccupanti: i forcaioli hanno la verità in tasca, tutta e subito; i forcaioli non si preoccupano di conoscere e di capire, passaggi fondamentali per la prevenzione efficace di qualsiasi bruttura; i forcaioli mi fanno venire in mente la frase di "Quelli che ben pensano", una canzone di Frankie Hi-nrg: "Sono come te ma non parlano con te, sono come te ma si credono meglio". Ho già detto e ripeto: chi commette un crimine, a maggior ragione una madre o un padre che uccidono un figlio, deve pagare. Ma la pena è quella stabilita da un tribunale al termine di un giusto processo. Quella dei forcaioli è un'esibizione gratuita e dannosa. E a proposito di valori: sono come noi ma si credono meglio.
Primo punto: le madri che uccidono i figli.
Lo ripeterò fino allo sfinimento, perché studio il tema da anni e perché sono una vecchia cronista di nera: che Veronica sia colpevole o innocente, le madri che uccidono i figli ci sono dai tempi dei miti greci, Medea ne è solo l'esempio più noto. Ma non tutte queste "madri cattive" lo fanno per vendicarsi di un uomo. Di "ragioni" ce ne sono tante: alcuni esperti sostengono che una donna che uccide il figlio lo fa perché uccide una parte di sé, altri invocano vari disturbi della personalità, altri la depressione post partum che degenera in psicosi puerperale. A chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, segnalo tre libri che a me hanno insegnato molto: il classico "La mamma cattiva" di Glauco Carloni e Daniela Nobili; poi "Mamma, non farmi male" di Marina Valcarenghi; e "Vincolo di sangue" di Gianluca Arrighi, avvocato penalista attualmente ai vertici delle classifiche come scrittore di legal thriller, che in questo libro invece ha raccontato una storia vera. Quella di Rosalia Quartararo, una delle pochissime ergastolane in Italia, che nel 1993 uccise la figlia 18enne a colpi di spazzolone. All'epoca i giornali scrissero che era un delitto per gelosia: una "bufala" colossale. Di fatto, solo grazie ad Arrighi la Quartararo ha avuto per la prima volta, lo scorso Natale, dodici ore di permesso premio dopo vent'anni dietro le sbarre. E in carcere ha subìto un pestaggio durissimo da parte delle altre detenute senza che nessuno se ne accorgesse. Di questo i forcaioli saranno contenti, credo.
Secondo punto: i valori latitanti.
Non tutte le donne che uccidono i figli sono matte, cioè incapaci di intendere e di volere quindi non punibili (se non in carcere, finiscono comunque negli Opg). Ma dalle tantissime storie che ho esplorato, emerge quasi sempre un dato: queste donne hanno una storia familiare di povertà di affetti, di valori e di cura educativa. Oppure sono cresciute in ambienti degradati, o a loro volta sono figlie di genitori con disturbi mentali più o meno gravi. Certo, non tutte le persone vissute in queste condizioni devono diventare assassine, ma è vero anche che non tutti hanno la stessa strutturazione di personalità: ci sono soggetti più o meno deboli, più o meno in grado di elaborare, superare e diventare madri (o padri) migliori dei loro. Né sto dicendo che da parte dei genitori ci sia una trascuratezza colpevole: non l'hanno fatto apposta, certo, perché a loro volta hanno subìto le stesse cose. E' una catena che spesso lega più generazioni.
Cosa c'entrano i valori in tutto questo? C'entrano eccome. Per spiegarlo uso le parole di una ragazzina che viene dal Pakistan e che ha conosciuto la violenza di due pallottole in fronte sparate dai talebani perché voleva studiare. Quella ragazzina è Malala Yousafzai, il più giovane premio Nobel per la pace. Nel palazzo di vetro dell'Onu, il 12 luglio 2013, Malala ha lanciato un appello ai Governi del mondo per il diritto all'istruzione delle donne e i bambini: non le armi, non ma violenza ma "un bambino, un maestro, un libro e una penna possono cambiare il mondo. L'istruzione è l'unica soluzione. L'istruzione è la prima cosa". Poi parla anche di perdono "che ho imparato da mio padre e da mia madre".
Ecco: che cosa abbiamo imparato, noi tutti, da nostro padre e nostra madre? Da loro - se li abbiamo - abbiamo imparato i valori fondamentali: la responsabilità, la solidarietà, la capacità di amare e di ascoltare. E queste donne che uccidono i figli, che cosa hanno imparato dalle famiglie d'origine? Cito il direttore dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere: commentando il caso di un'altra figlicida che riempì le cronache qualche anno fa, disse che certi delitti venivano in realtà commessi da più mani di quelle del colpevole.
Terzo punto: i forcaioli.
Abbiamo visto tutti il bello spettacolo di uomini e donne (soprattutto donne, e non è un caso) davanti al carcere di Catania a fare a gara di insulti contro Veronica Panarello. Vi è piaciuto? A me neanche un po', lo dico chiaro e tondo. Perché quello spettacolo è indice di una serie di elementi preoccupanti: i forcaioli hanno la verità in tasca, tutta e subito; i forcaioli non si preoccupano di conoscere e di capire, passaggi fondamentali per la prevenzione efficace di qualsiasi bruttura; i forcaioli mi fanno venire in mente la frase di "Quelli che ben pensano", una canzone di Frankie Hi-nrg: "Sono come te ma non parlano con te, sono come te ma si credono meglio". Ho già detto e ripeto: chi commette un crimine, a maggior ragione una madre o un padre che uccidono un figlio, deve pagare. Ma la pena è quella stabilita da un tribunale al termine di un giusto processo. Quella dei forcaioli è un'esibizione gratuita e dannosa. E a proposito di valori: sono come noi ma si credono meglio.
mercoledì 10 dicembre 2014
Perché la "mamma cattiva" fa più paura di un terrorista?
Sulla morte di Loris Stival, il bambino di otto anni trovato morto per strangolamento in un canalone a Santa Croce Camerina (Ragusa), si sta sommando una serie di fatti che lasciano sempre meno spazio ad altre ipotesi. I fatti questa volta non risultano da testimonianze di donne o uomini, suscettibili di elaborazioni personali, ma da fotografie, anzi da fotogrammi di video registrati da varie telecamere disseminate nel paese. Li ripercorro brevemente, ma si desumevano già dal mio post precedente.
Questo deve far desistere da qualsiasi considerazione: al momento Veronica è indagata, la parola colpevole o innocente potrà essere pronunciata solo dai giudici al termine di un processo. Anzi, di tre processi perché il nostro ordinamento prevede tre gradi di giudizio. Quindi da qui alla fine delle indagini, bisogna fare ancora dei chilometri. Cautela dunque.
Ma l'opinione pubblica è scatenata: si levano ovunque - per strada, sul web, in tv, nei giornali - i commenti dai toni più disparati. E ovunque i commenti prevalenti vertono su queste due sensazioni: l'incredulità o l'appello alla severità estrema.
Che il mondo sia pieno di forcaioli, non lo scopriamo adesso, ma questo sarebbe oggetto di un'altra analisi. Vorrei invece, qui e ora, fermare la riflessione sull'incredulità. Perché è così difficile "mandare giù" l'idea che una madre possa avere ucciso il figlio?
Le ragioni sono molteplici e mi permetto di esplorarle un po' perché le studio da anni, sia come cronista di nera, sia perché sono laureata in sociologia e scienze criminologiche. Già negli anni Settanta un luminare della psichiatria e della psicoanalisi scomparso nel 2000, Glauco Carloni, assieme alla collega Daniela Nobili, pubblicò il libro "La mamma cattiva", dove affrontava il tema del figlicidio a partire dal mito greco. Eppure, rispetto ad altri argomenti, questo libro almeno nella "vulgata" è passato quasi inosservato, a parte quando si verificano casi di cronaca come quello di Loris. Allora tutte le volte si torna a parlare di Medea, ecc. ecc., poi si rimette tutto nel cassetto mentre fioriscono libri, articoli e trasmissioni sulle mammine perfette, sulle famiglie del Mulino bianco, su miti che si vedono solo nella pubblicità e mai nella vita reale.
Perché? Secondo me perché quello della buona madre è un totem che resiste a qualsiasi scossone, perché la nostra società ne ha bisogno. E' un mito positivo che non può essere scalfito pena, direbbe Émile Durkheim, la non tenuta della coesione sociale. Quindi meglio invocare la pazzia, il raptus: termini di cui si usa e abusa senza nemmeno sapere di che cosa si sta parlando.
Ma le madri uccidono invece, raramente ma uccidono. E quelle che uccidono hanno dietro di sé delle storie che dovrebbero far riflettere, invece di far scaturire giudizi sommari come sto verificando ancora una volta.
Non posso dire se Veronica sia colpevole o no: di fatto, i colleghi che hanno scavato nella sua breve vita, hanno trovato la storia di una bambina che ha quattro sorelle, che i padri biologici di queste cinque figlie sarebbero tre, che la mamma avrebbe detto a Veronica di non averla mai voluta, al termine di una lite conclusa con un tentativo di suicidio della ragazzina, all'epoca quattordicenne. Emergerebbe poi un rapporto estremamente conflittuale con la madre che in questi giorni ha dipinto Veronica come violenta e aggressiva fin da bambina.
Violenta? Chiedo a tutte le donne (e agli uomini) che condannano e basta queste "madri cattive": ma come vi sentireste se vostra madre vi dicesse che non vi aveva mai voluto, vi raccontasse la verità su chi è vostro padre durante una lite? Non sto giustificando Veronica, certo, né tutte le ragazze che hanno una storia familiare problematica diventano assassine o figlicide. Chiedo solo di metterci tutti, per un attimo, nei panni di una ragazzina che si sente dire queste cose. Ma come crescerà? Magari non proprio equilibrata, penso. E da lì può succedere tutto, il meglio o il peggio.
Il processo sociale di negazione. I problemi psicologici, i disturbi mentali, nella nostra società vengono negati. Bisogna normalizzare tutto perché se hai male allo stomaco, ai denti, al cuore è tutto lecito: vai dal gastroenterologo, dal dentista, dal cardiologo. Se hai male all'anima, alla psiche, è meglio che ti vergogni; se vai dallo psichiatra o dallo psicologo sei un matto, un reietto che tutti allontaneranno. Quindi nascondi tutto, anche se magari dopo un po' di tempo esplodi. Tanto, se poi alla fine fai qualcosa che non va, è colpa tua. Punto e basta.
Mi sono dilungata anche troppo. Ne riparlerò ancora. Se anche solo una persona che mi legge si fermerà a riflettere un attimo, un attimo solo, vorrà dire che ho fatto qualcosa di buono. E questo mi piace.
- Veronica, la mamma 25enne, è rimasta mezz'ora in casa con Loris che a scuola quella mattina non ci ha mai messo piede.
- Quando è uscita, si è diretta proprio nei pressi del canalone dove è stato ritrovato il corpo del bambino e in quella zona c'è rimasta circa 6 minuti.
- Al momento continua a proclamarsi innocente ma non risulta fornisca spiegazioni a tutte le contraddizioni emerse da suoi racconti in questi giorni.
Questo deve far desistere da qualsiasi considerazione: al momento Veronica è indagata, la parola colpevole o innocente potrà essere pronunciata solo dai giudici al termine di un processo. Anzi, di tre processi perché il nostro ordinamento prevede tre gradi di giudizio. Quindi da qui alla fine delle indagini, bisogna fare ancora dei chilometri. Cautela dunque.
Ma l'opinione pubblica è scatenata: si levano ovunque - per strada, sul web, in tv, nei giornali - i commenti dai toni più disparati. E ovunque i commenti prevalenti vertono su queste due sensazioni: l'incredulità o l'appello alla severità estrema.
Che il mondo sia pieno di forcaioli, non lo scopriamo adesso, ma questo sarebbe oggetto di un'altra analisi. Vorrei invece, qui e ora, fermare la riflessione sull'incredulità. Perché è così difficile "mandare giù" l'idea che una madre possa avere ucciso il figlio?
Le ragioni sono molteplici e mi permetto di esplorarle un po' perché le studio da anni, sia come cronista di nera, sia perché sono laureata in sociologia e scienze criminologiche. Già negli anni Settanta un luminare della psichiatria e della psicoanalisi scomparso nel 2000, Glauco Carloni, assieme alla collega Daniela Nobili, pubblicò il libro "La mamma cattiva", dove affrontava il tema del figlicidio a partire dal mito greco. Eppure, rispetto ad altri argomenti, questo libro almeno nella "vulgata" è passato quasi inosservato, a parte quando si verificano casi di cronaca come quello di Loris. Allora tutte le volte si torna a parlare di Medea, ecc. ecc., poi si rimette tutto nel cassetto mentre fioriscono libri, articoli e trasmissioni sulle mammine perfette, sulle famiglie del Mulino bianco, su miti che si vedono solo nella pubblicità e mai nella vita reale.
Perché? Secondo me perché quello della buona madre è un totem che resiste a qualsiasi scossone, perché la nostra società ne ha bisogno. E' un mito positivo che non può essere scalfito pena, direbbe Émile Durkheim, la non tenuta della coesione sociale. Quindi meglio invocare la pazzia, il raptus: termini di cui si usa e abusa senza nemmeno sapere di che cosa si sta parlando.
Ma le madri uccidono invece, raramente ma uccidono. E quelle che uccidono hanno dietro di sé delle storie che dovrebbero far riflettere, invece di far scaturire giudizi sommari come sto verificando ancora una volta.
Non posso dire se Veronica sia colpevole o no: di fatto, i colleghi che hanno scavato nella sua breve vita, hanno trovato la storia di una bambina che ha quattro sorelle, che i padri biologici di queste cinque figlie sarebbero tre, che la mamma avrebbe detto a Veronica di non averla mai voluta, al termine di una lite conclusa con un tentativo di suicidio della ragazzina, all'epoca quattordicenne. Emergerebbe poi un rapporto estremamente conflittuale con la madre che in questi giorni ha dipinto Veronica come violenta e aggressiva fin da bambina.
Violenta? Chiedo a tutte le donne (e agli uomini) che condannano e basta queste "madri cattive": ma come vi sentireste se vostra madre vi dicesse che non vi aveva mai voluto, vi raccontasse la verità su chi è vostro padre durante una lite? Non sto giustificando Veronica, certo, né tutte le ragazze che hanno una storia familiare problematica diventano assassine o figlicide. Chiedo solo di metterci tutti, per un attimo, nei panni di una ragazzina che si sente dire queste cose. Ma come crescerà? Magari non proprio equilibrata, penso. E da lì può succedere tutto, il meglio o il peggio.
Il processo sociale di negazione. I problemi psicologici, i disturbi mentali, nella nostra società vengono negati. Bisogna normalizzare tutto perché se hai male allo stomaco, ai denti, al cuore è tutto lecito: vai dal gastroenterologo, dal dentista, dal cardiologo. Se hai male all'anima, alla psiche, è meglio che ti vergogni; se vai dallo psichiatra o dallo psicologo sei un matto, un reietto che tutti allontaneranno. Quindi nascondi tutto, anche se magari dopo un po' di tempo esplodi. Tanto, se poi alla fine fai qualcosa che non va, è colpa tua. Punto e basta.
Mi sono dilungata anche troppo. Ne riparlerò ancora. Se anche solo una persona che mi legge si fermerà a riflettere un attimo, un attimo solo, vorrà dire che ho fatto qualcosa di buono. E questo mi piace.
venerdì 5 dicembre 2014
Loris: una morte orribile, i dubbi e i commenti
Ho appena finito di guardare Quarto grado (imperdibile per gli appassionati o gli addetti ai lavori della cronaca nera) e come logico si è parlato, per tre quarti della puntata, del caso del bambino di otto anni strangolato il 29 novembre nel Ragusano, Loris Andrea Stival. Anche questa volta ho trovato un'impeccabile serie di servizi sul punto delle indagini ma soprattutto alla fine è stata mandata in onda una tabella con percorsi e orari dell'auto della giovanissima madre di Loris, secondo le immagini registrate dalle telecamere sparse quasi ovunque a Santa Croce Camerina, il piccolo paese teatro del delitto.
Ripercorriamo la tabella:
8.32: l'auto della madre esce dal garage di casa. Nella registrazione si vedono lei, Loris e il fratellino.
Ma si vede anche Loris che subito dopo rientra a casa.
8.33: l'auto si dirige verso il paese. A bordo, con la madre, c'è solo il fratellino.
8.38: una telecamera riprende ancora l'auto sempre diretta verso il paese.
8.49: la madre di Loris riporta l'auto nel garage di casa. E' sola perché ha accompagnato il figlio più piccolo in una ludoteca.
9.25: la giovane esce di nuovo.
9.27: l'auto viene ripresa nei pressi di un distributore di benzina, dalla parte opposta di Santa Croce ma anche di Donnafugata, il luogo dove la mamma di Loris si doveva recare per frequentare un corso di cucina.
9.55: arrivo della madre al corso.
Perché è così importante questa tabella, che il giornalista Simone Toscano ha confermato provenire da fonti investigative? Perché fa emergere una serie di buchi nel racconto che la donna avrebbe fatto agli investigatori, stando a quanto riportano tutti i mezzi di informazione che si occupano del caso.
In sintesi: l'auto non solo non viene ripresa da alcuna delle tante telecamere piazzate nei pressi della scuola di Loris e dove la donna ha detto invece di averlo accompagnato, ma i fotogrammi mostrerebbero invece che il bimbo, da solo, rientra in casa. Ancora, perché alle 8.49 la mamma torna nella propria abitazione per uscire alle 9.25? E perché alle 9.27 l'auto è in direzione opposta a dove la donna deve andare? A questo si aggiunge il giallo di un sacchetto di immondizia lasciato, sempre secondo il racconto della donna, in un luogo vicino alla strada che porta al canalone dove Loris verrà trovato cadavere qualche ora dopo, nel pomeriggio. Ma soprattutto: dalle 8.49 alle 9.25 la donna risulta essere in casa con il bimbo.
Buchi nei tempi, racconti che non tornano, il giallo delle fascette da elettricista consegnate dalla madre alle maestre (sembra che Loris sia stato strangolato con una fascetta), gli slip da bambino lasciati misteriosamente vicino alla scuola (un depistatore?) e tanto altro ancora di oscuro, compreso il fatto che non è chiaro se sul corpo del bambino ci siano o no segni di violenze, presenti o pregresse: una matassa intricatissima su cui si accavallano i commenti di psichiatri, psicologi, criminologi e vari addetti ai lavori, che dicono tutto e il contrario di tutto.
Ma che l'ipotesi della pedofilia stia retrocedendo mentre si concentra l'attenzione degli investigatori sulla madre, appare sempre più chiaro. Anche se, va precisato, al momento la madre non risulta indagata ma solo persona offesa.
Voglio sgombrare il campo da dubbi: solo agli inquirenti è consentito lanciare accuse e solo ai tribunali è dato emettere sentenze, al termine di un regolare processo. Non ritengo quindi sia il caso, al di fuori di questi ambiti, nemmeno azzardare ipotesi di innocenza o colpevolezza a carico di chicchessia, con o senza verbi al condizionale. Saranno gli investigatori a fornire il quadro ai magistrati anche in questo caso. Punto e stop.
Su un altro dato invece vorrei offrire uno spunto di riflessione: ho fatto un giro sul web e ho letto decine di commenti. Ce ne sono una valanga di stizziti contro i mezzi di informazione che, doverosamente, hanno sottolineato le incongruenze del racconto della madre della piccola vittima. Ancora una volta ho dovuto registrare, nel sentire comune, il rigetto fortissimo all'idea che una donna possa fare del male a un figlio. Addirittura, quando la redazione di Quarto grado ha mostrato la tabella con gli orari, e i buchi sono diventati ancor più evidenti, i commenti sul web hanno "virato" verso l'ipotesi di un incidente: meglio pensare al tragico gioco di un bambino malamente gestito, che a una mamma assassina. La madre eternamente buona, sempre e comunque, è un dogma che resiste a qualsiasi evidenza. Fermo restando che la morte di Loris Stival è ancora un mistero e il nome del suo assassino è al momento un'incognita. Come si suol dire, tutte le piste restano aperte.
Ripercorriamo la tabella:
8.32: l'auto della madre esce dal garage di casa. Nella registrazione si vedono lei, Loris e il fratellino.
Ma si vede anche Loris che subito dopo rientra a casa.
8.33: l'auto si dirige verso il paese. A bordo, con la madre, c'è solo il fratellino.
8.38: una telecamera riprende ancora l'auto sempre diretta verso il paese.
8.49: la madre di Loris riporta l'auto nel garage di casa. E' sola perché ha accompagnato il figlio più piccolo in una ludoteca.
9.25: la giovane esce di nuovo.
9.27: l'auto viene ripresa nei pressi di un distributore di benzina, dalla parte opposta di Santa Croce ma anche di Donnafugata, il luogo dove la mamma di Loris si doveva recare per frequentare un corso di cucina.
9.55: arrivo della madre al corso.
Perché è così importante questa tabella, che il giornalista Simone Toscano ha confermato provenire da fonti investigative? Perché fa emergere una serie di buchi nel racconto che la donna avrebbe fatto agli investigatori, stando a quanto riportano tutti i mezzi di informazione che si occupano del caso.
In sintesi: l'auto non solo non viene ripresa da alcuna delle tante telecamere piazzate nei pressi della scuola di Loris e dove la donna ha detto invece di averlo accompagnato, ma i fotogrammi mostrerebbero invece che il bimbo, da solo, rientra in casa. Ancora, perché alle 8.49 la mamma torna nella propria abitazione per uscire alle 9.25? E perché alle 9.27 l'auto è in direzione opposta a dove la donna deve andare? A questo si aggiunge il giallo di un sacchetto di immondizia lasciato, sempre secondo il racconto della donna, in un luogo vicino alla strada che porta al canalone dove Loris verrà trovato cadavere qualche ora dopo, nel pomeriggio. Ma soprattutto: dalle 8.49 alle 9.25 la donna risulta essere in casa con il bimbo.
Buchi nei tempi, racconti che non tornano, il giallo delle fascette da elettricista consegnate dalla madre alle maestre (sembra che Loris sia stato strangolato con una fascetta), gli slip da bambino lasciati misteriosamente vicino alla scuola (un depistatore?) e tanto altro ancora di oscuro, compreso il fatto che non è chiaro se sul corpo del bambino ci siano o no segni di violenze, presenti o pregresse: una matassa intricatissima su cui si accavallano i commenti di psichiatri, psicologi, criminologi e vari addetti ai lavori, che dicono tutto e il contrario di tutto.
Ma che l'ipotesi della pedofilia stia retrocedendo mentre si concentra l'attenzione degli investigatori sulla madre, appare sempre più chiaro. Anche se, va precisato, al momento la madre non risulta indagata ma solo persona offesa.
Voglio sgombrare il campo da dubbi: solo agli inquirenti è consentito lanciare accuse e solo ai tribunali è dato emettere sentenze, al termine di un regolare processo. Non ritengo quindi sia il caso, al di fuori di questi ambiti, nemmeno azzardare ipotesi di innocenza o colpevolezza a carico di chicchessia, con o senza verbi al condizionale. Saranno gli investigatori a fornire il quadro ai magistrati anche in questo caso. Punto e stop.
Su un altro dato invece vorrei offrire uno spunto di riflessione: ho fatto un giro sul web e ho letto decine di commenti. Ce ne sono una valanga di stizziti contro i mezzi di informazione che, doverosamente, hanno sottolineato le incongruenze del racconto della madre della piccola vittima. Ancora una volta ho dovuto registrare, nel sentire comune, il rigetto fortissimo all'idea che una donna possa fare del male a un figlio. Addirittura, quando la redazione di Quarto grado ha mostrato la tabella con gli orari, e i buchi sono diventati ancor più evidenti, i commenti sul web hanno "virato" verso l'ipotesi di un incidente: meglio pensare al tragico gioco di un bambino malamente gestito, che a una mamma assassina. La madre eternamente buona, sempre e comunque, è un dogma che resiste a qualsiasi evidenza. Fermo restando che la morte di Loris Stival è ancora un mistero e il nome del suo assassino è al momento un'incognita. Come si suol dire, tutte le piste restano aperte.
domenica 26 ottobre 2014
La mamma, sempre la mamma
In questi giorni non ho tanto tempo per lavorare d'archivio su vecchi casi (ma lo farò!) però guardo i telegiornali, Quarto grado e Chi l'ha visto. Quindi... parliamo di Elena Ceste. Come purtroppo era prevedibile, dopo nove mesi è stato ritrovato il suo corpo. Credo che tutti quelli che hanno seguito questo caso, non pensassero certo che la donna sarebbe stata ritrovata viva. I commenti che ho ascoltato erano praticamente all'unisono: impossibile che una mamma di quattro figli se ne sia andata volontariamente.
Fermo restando che anch'io la pensavo così (non occorreva essere particolarmente perspicaci), prima di dire cosa ipotizzo circa la sua fine terribile, vorrei soffermarmi su un altro dato. Elena Ceste per i titoli e i servizi dei numerosissimi mezzi di comunicazione che si stanno occupando di lei è sempre e soltanto una mamma. Non è tanto una donna, una persona, una moglie se vogliamo, ma una mamma. Basta. E questo mi fa un po' irritare, perché penso che la fine di Elena Ceste sia in qualche modo legata al fatto che, forse, voleva riprendersi un po' di quella donna, di quella persona negata da troppo tempo.
Come sempre le testimonianze sull'ultimo periodo della sua vita si accavallano e disegnano un quadro fumoso. Succede, lo so bene visto che ho fatto la cronista di "nera" per anni. Stava bene? Stava male? Propendo più per la seconda ipotesi: Elena dopo il matrimonio aveva abbandonato ogni velleità lavorativa (e dire che i vecchi compagni la ricordano come molto brava a scuola), ogni sogno di carriera per trasformarsi in casalinga perfetta e moglie e madre irreprensibile, tanto da partorire quattro bambini nel giro di un decennio. Fervente cattolica lei, altrettanto fervente il marito.
Fin qui tutto perfetto. Almeno fino a qualche mese prima della scomparsa, quando qualcosa deve essere crollato: Elena, sempre secondo alcune testimonianze, diventa una donna rosa dall'angoscia, dice di essere sulla bocca di tutti, di essere stata tradita e si dispera. In mezzo ci sono amici nuovi e vecchi, recuperati su Facebook, e una non ben chiara serie di incontri con un uomo.
Poi, racconta il marito, c'è una notte di disperazione totale e, la mattina dopo, la scomparsa. Mi sembra l'acme di una vicenda, di un percorso umano e tormentato, in cui fra la madre e la donna si consuma una frattura insanabile. E, come nella letteratura tragica, il percorso termina con una morte terribile, con uno scheletro ritrovato nove mesi dopo in un canale, con una spiegazione su cui forse non verrà fatta mai completa luce.
Ribadisco però una cosa, su cui non potrò mai avere riscontro certo, ma di cui sono convinta: dalle cronache emerge che, ad un certo punto della sua vita, Elena Ceste non ne poteva più di essere solo una madre, senza nulla togliere al fatto che certamente il suo amore per i figli era immenso. Forse Elena voleva solo riprendersi anche gli altri aspetti della vita che fanno di una persona, una persona completa e non solo una mamma. Chi le aveva appiccicato quell'etichetta? Chi glie l'aveva cucita addosso tanto da farla soffocare? Il marito? La famiglia? L'ambiente che aveva attorno? Lei stessa?
Comunque, anche se Elena Ceste avesse tentato di sfuggire a quella morsa, non c'è riuscita. A poche ore da quella notte d'angoscia, è morta.
Adesso si scatenano le ipotesi: omicidio o suicidio? Non sono un pm né un investigatore, soprattutto non conosco le carte. Ma delle due l'una, tertium non datur. O Elena Ceste è stata uccisa e in tal caso è molto difficile che sia stato un estraneo, oppure si è suicidata. Ma non credo sia arrivata da sola a coprire la distanza, seppur breve, fra la sua casa e il canale dove è stata ritrovata cadavere, a maggior ragione perché il marito afferma di aver trovato in giardino i vestiti e gli occhiali della donna. Possibile che Elena, molto miope, abbia camminato nuda e senza occhiali per quasi un chilometro, in una mattina freddissima e attraverso campi coperti di neve (era il 24 gennaio)? In più senza essere vista da nessuno? Nell'ipotesi che si sia suicidata, ritengo più verosimile che l'abbia fatto in casa e qualcuno abbia poi provveduto a occultare il cadavere. Perché? Non dimentichiamo che per un cattolico osservante il suicidio è il peggiore dei peccati e l'eventuale gesto di Elena avrebbe potuto rappresentare una vergogna insopportabile.
Ipotesi, come ho detto. L'unica certezza, per ora, è un avviso di garanzia inviato al marito e un'autopsia che non sembra riservare risolutive risposte. Il rischio è che questo giallo non si chiarisca mai. Si vedrà.
martedì 21 ottobre 2014
Donne che amano troppo
Derogo all'intento di occuparmi di casi di omicidi avvenuti magari tempo addietro, perché oggi voglio scrivere un paio di cose su due argomenti di stretta attualità (sempre relativi comunque alle cronache nere): Sonia Trimboli, la ragazza strangolata a Milano dal compagno Gianluca che la pestava regolarmente, e Oscar Pistorius, l'atleta paralimpico condannato dal tribunale di Pretoria a cinque anni di carcere per aver ucciso colposamente la fidanzata Reeva Steenkamp.
Le cronache su questi due fatti sono note e stranote, quindi non le ripercorro. Mi permetto invece un paio di osservazioni su questi due fatti in cui rilevo un filo comune.
Sonia. E' un perfetto esempio (l'ultimo di una serie infinita) del modello femminile che noi tutte/tutti introiettiamo come l'aria da quando veniamo al mondo: variante uno: brividi (d'amore) uguale lividi, quindi lui mi picchia perché mi ama davvero e non vuole perdermi. Variante due: mi picchia perché da piccolo lo trattavano male. Variante tre: mi picchia perché è frustrato e nervoso sul lavoro o perché non trova lavoro. Variante quattro: mi picchia perché sa dimostrare solo così il suo amore. La conseguenza a cui questa tipologia femminile giunge, è comunque una sola: con il mio amore lo salverò. Quindi vale la pena di sopportare perché comunque i pestaggi finiranno. Certo che finiscono, quando lui ammazza lei finiscono per forza! Per Sonia è finita così: lui la pestava, poi prometteva di cambiare e lei lo perdonava. Poi lui la ripestava, ecc. ecc. ecc., finché l'ha strangolata con un laccio di gomma.
Quello che io ho sintetizzato in poche righe è spiegato benissimo in un libro che, se potessi, io farei leggere per forza a tutte le persone di genere femminile dai 14-15 anni in poi: il libro è "Donne che amano troppo" di Robin Norwood. Lo lessi tanti anni fa, me lo consigliò la mia psicologa perché anch'io facevo parte della "parata salvifica". Nessuno mi ha mai picchiato, ma ho consentito a uomini violenze psicologiche che oggi mi fanno rabbrividire.
Dove si impara questo modello? Dappertutto, la nostra società ne è totalmente permeata e in modo strisciante. Non te ne accorgi neanche. Avete in mente ad esempio le canzoni di Mina o della Vanoni? Adoro queste due straordinarie interpreti ma i testi (scritti tutti da uomini) che cantavano qualche anno fa sono un bel programmino: "Grande, grande, grande" è la celebrazione di un soggetto che ne fa alla lei di tutti i colori e per questo lei lo ama da morire (appunto). Un'altra, meno nota ma altrettanto indicativa, sempre di Mina, è "Ahi mi amor": solita storia, lei cornuta e mazziata, non dorme e non mangia da tanto soffre. Va anche dal dottore che, saggiamente, le dice "è lei che lo vuole". Niente! Lei continua a chiedersi se lui l'ha amata o no. Lei invece lo ama perché lui la fa tanto soffrire. Delirante. Altra perla della serie: "L'appuntamento" di Ornella Vanoni: lui la "bidona", lei gli chiede scusa (non si capisce bene perché) e conclude che "adesso per sempre non resisto/non esisto". Leggere testi per verificare. Potrei citare tanti altri testi, libri, film, ma la morale è la stessa: amore uguale sofferenza.
Non è vero. Vale la pena di ripeterlo ancora una volta: donne, fuggite al primo schiaffo e soprattutto fatevi aiutare perché se sopportate siete voi che avete bisogno d'aiuto. Lui? Si arrangi. Punto e basta.
Oscar Pistorius. La condanna è per omicidio colposo, quindi senza dolo, omicidio non volontario. Ha ammazzato la fidanzata perché credeva che quello nel bagno fosse un intruso, un malvivente. Dura da credere. Come rileva Michele Farina sul Corriere della Sera, si fa fatica a pensare che Pistorius abbia sparato in preda alla paura e non invece all'ira. E ancora, perché Reeva si era chiusa in bagno? E perché quando Pistorius si è alzato sentendo i rumori e cominciando a gridare (tesi della difesa), lei non ha risposto? Il sospetto che qualcosa non torni in quel racconto, almeno in me è molto, molto forte. Personalmente penso che Pistorius abbia ucciso la fidanzata al termine di una lite violentissima che, stando ad alcuni racconti fatti al processo, non era neanche la prima.
Ci sta tutto, quindi, il ragionamento che ho fatto sopra per Sonia, basta girarlo dalla parte maschile. Se tu, uomo, picchi una donna, vuol dire che hai qualcosa che non va. Vai a farti aiutare, ma non da lei.
Le cronache su questi due fatti sono note e stranote, quindi non le ripercorro. Mi permetto invece un paio di osservazioni su questi due fatti in cui rilevo un filo comune.
Sonia. E' un perfetto esempio (l'ultimo di una serie infinita) del modello femminile che noi tutte/tutti introiettiamo come l'aria da quando veniamo al mondo: variante uno: brividi (d'amore) uguale lividi, quindi lui mi picchia perché mi ama davvero e non vuole perdermi. Variante due: mi picchia perché da piccolo lo trattavano male. Variante tre: mi picchia perché è frustrato e nervoso sul lavoro o perché non trova lavoro. Variante quattro: mi picchia perché sa dimostrare solo così il suo amore. La conseguenza a cui questa tipologia femminile giunge, è comunque una sola: con il mio amore lo salverò. Quindi vale la pena di sopportare perché comunque i pestaggi finiranno. Certo che finiscono, quando lui ammazza lei finiscono per forza! Per Sonia è finita così: lui la pestava, poi prometteva di cambiare e lei lo perdonava. Poi lui la ripestava, ecc. ecc. ecc., finché l'ha strangolata con un laccio di gomma.
Quello che io ho sintetizzato in poche righe è spiegato benissimo in un libro che, se potessi, io farei leggere per forza a tutte le persone di genere femminile dai 14-15 anni in poi: il libro è "Donne che amano troppo" di Robin Norwood. Lo lessi tanti anni fa, me lo consigliò la mia psicologa perché anch'io facevo parte della "parata salvifica". Nessuno mi ha mai picchiato, ma ho consentito a uomini violenze psicologiche che oggi mi fanno rabbrividire.
Dove si impara questo modello? Dappertutto, la nostra società ne è totalmente permeata e in modo strisciante. Non te ne accorgi neanche. Avete in mente ad esempio le canzoni di Mina o della Vanoni? Adoro queste due straordinarie interpreti ma i testi (scritti tutti da uomini) che cantavano qualche anno fa sono un bel programmino: "Grande, grande, grande" è la celebrazione di un soggetto che ne fa alla lei di tutti i colori e per questo lei lo ama da morire (appunto). Un'altra, meno nota ma altrettanto indicativa, sempre di Mina, è "Ahi mi amor": solita storia, lei cornuta e mazziata, non dorme e non mangia da tanto soffre. Va anche dal dottore che, saggiamente, le dice "è lei che lo vuole". Niente! Lei continua a chiedersi se lui l'ha amata o no. Lei invece lo ama perché lui la fa tanto soffrire. Delirante. Altra perla della serie: "L'appuntamento" di Ornella Vanoni: lui la "bidona", lei gli chiede scusa (non si capisce bene perché) e conclude che "adesso per sempre non resisto/non esisto". Leggere testi per verificare. Potrei citare tanti altri testi, libri, film, ma la morale è la stessa: amore uguale sofferenza.
Non è vero. Vale la pena di ripeterlo ancora una volta: donne, fuggite al primo schiaffo e soprattutto fatevi aiutare perché se sopportate siete voi che avete bisogno d'aiuto. Lui? Si arrangi. Punto e basta.
Oscar Pistorius. La condanna è per omicidio colposo, quindi senza dolo, omicidio non volontario. Ha ammazzato la fidanzata perché credeva che quello nel bagno fosse un intruso, un malvivente. Dura da credere. Come rileva Michele Farina sul Corriere della Sera, si fa fatica a pensare che Pistorius abbia sparato in preda alla paura e non invece all'ira. E ancora, perché Reeva si era chiusa in bagno? E perché quando Pistorius si è alzato sentendo i rumori e cominciando a gridare (tesi della difesa), lei non ha risposto? Il sospetto che qualcosa non torni in quel racconto, almeno in me è molto, molto forte. Personalmente penso che Pistorius abbia ucciso la fidanzata al termine di una lite violentissima che, stando ad alcuni racconti fatti al processo, non era neanche la prima.
Ci sta tutto, quindi, il ragionamento che ho fatto sopra per Sonia, basta girarlo dalla parte maschile. Se tu, uomo, picchi una donna, vuol dire che hai qualcosa che non va. Vai a farti aiutare, ma non da lei.
martedì 14 ottobre 2014
Salve a tutti
Questo è un blog per appassionati di criminologia, quindi di cronaca nera. Giornali, tv e siti internet fanno tutti i giorni quintali di servizi per raccontare i casi dei delitti che vengono commessi ovunque, scandagliati anche nei dettagli più scabrosi. Purtroppo però a volte le ricostruzioni "ufficiali" fanno acqua da tutte le parti sia su quelli che dovrebbero essere i dati di fatto, sia sui moventi: questo per varie ragioni, e non sempre in buona fede.
Oltre che criminologa per studi, sono anche una giornalista che ha scritto di cronaca nera "sul campo" per molti anni. Ho scelto di aprire questo blog per ripercorrere alcuni casi, più o meno famosi, accaduti anche molto tempo fa, ma soprattutto per approfondire i perché. Mi piacerebbe che chi, come me, condivide la passione per delitti e misteri, mi desse qualche suggerimento sulle storie con cui iniziare per poterle scrivere e per poterne poi parlare insieme.
Benvenuti su questo "macabro" blog"!
Amelie
Oltre che criminologa per studi, sono anche una giornalista che ha scritto di cronaca nera "sul campo" per molti anni. Ho scelto di aprire questo blog per ripercorrere alcuni casi, più o meno famosi, accaduti anche molto tempo fa, ma soprattutto per approfondire i perché. Mi piacerebbe che chi, come me, condivide la passione per delitti e misteri, mi desse qualche suggerimento sulle storie con cui iniziare per poterle scrivere e per poterne poi parlare insieme.
Benvenuti su questo "macabro" blog"!
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