sabato 13 dicembre 2014

Veronica, i forcaioli e l'insegnamento di Malala

Se - e sottolineo se - Veronica Panarello ha strangolato e gettato ancora agonizzante il figlio Loris di 8 anni in un canale, è lecito attenderla all'ingresso del carcere per gridarle "assassina" e invocare la pena di morte? Quello che ho visto sull'argomento nei video trasmessi urbi et orbi e che ho letto nei commenti vari, mi dà l'occasione per raccogliere l'invito di un mio follower su Twitter (a proposito, grazie a tutti quelli che mi seguono!): riflettere sul vuoto dei valori.

Primo punto: le madri che uccidono i figli.
Lo ripeterò fino allo sfinimento, perché studio il tema da anni e perché sono una vecchia cronista di nera: che Veronica sia colpevole o innocente, le madri che uccidono i figli ci sono dai tempi dei miti greci, Medea ne è solo l'esempio più noto. Ma non tutte queste "madri cattive" lo fanno per vendicarsi di un uomo. Di "ragioni" ce ne sono tante: alcuni esperti sostengono che una donna che uccide il figlio lo fa perché uccide una parte di sé, altri invocano vari disturbi della personalità, altri la depressione post partum che degenera in psicosi puerperale. A chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, segnalo tre libri che a me hanno insegnato molto: il classico "La mamma cattiva" di Glauco Carloni e Daniela Nobili; poi "Mamma, non farmi male" di Marina Valcarenghi; e "Vincolo di sangue" di Gianluca Arrighi, avvocato penalista attualmente ai vertici delle classifiche come scrittore di legal thriller, che in questo libro invece ha raccontato una storia vera. Quella di Rosalia Quartararo, una delle pochissime ergastolane in Italia, che nel 1993 uccise la figlia 18enne a colpi di spazzolone. All'epoca i giornali scrissero che era un delitto per gelosia: una "bufala" colossale. Di fatto, solo grazie ad Arrighi la Quartararo ha avuto per la prima volta, lo scorso Natale, dodici ore di permesso premio dopo vent'anni dietro le sbarre. E in carcere ha subìto un pestaggio durissimo da parte delle altre detenute senza che nessuno se ne accorgesse. Di questo i forcaioli saranno contenti, credo.

Secondo punto: i valori latitanti.
Non tutte le donne che uccidono i figli sono matte, cioè incapaci di intendere e di volere quindi non punibili (se non in carcere, finiscono comunque negli Opg). Ma dalle tantissime storie che ho esplorato, emerge quasi sempre un dato: queste donne hanno una storia familiare di povertà di affetti, di valori e di cura educativa. Oppure sono cresciute in ambienti degradati, o a loro volta sono figlie di genitori con disturbi mentali più o meno gravi. Certo, non tutte le persone vissute in queste condizioni devono diventare assassine, ma è vero anche che non tutti hanno la stessa strutturazione di personalità: ci sono soggetti più o meno deboli, più o meno in grado di elaborare, superare e diventare madri (o padri) migliori dei loro. Né sto dicendo che da parte dei genitori ci sia una trascuratezza colpevole: non l'hanno fatto apposta, certo, perché a loro volta hanno subìto le stesse cose. E' una catena che spesso lega più generazioni.
Cosa c'entrano i valori in tutto questo? C'entrano eccome. Per spiegarlo uso le parole di una ragazzina che viene dal Pakistan e che ha conosciuto la violenza di due pallottole in fronte sparate dai talebani perché voleva studiare. Quella ragazzina è Malala Yousafzai, il più giovane premio Nobel per la pace. Nel palazzo di vetro dell'Onu, il 12 luglio 2013, Malala ha lanciato un appello ai Governi del mondo per il diritto all'istruzione delle donne e i bambini: non le armi, non ma violenza ma "un bambino, un maestro, un libro e una penna possono cambiare il mondo. L'istruzione è l'unica soluzione. L'istruzione è la prima cosa". Poi parla anche di perdono "che ho imparato da mio padre e da mia madre".
Ecco: che cosa abbiamo imparato, noi tutti, da nostro padre e nostra madre? Da loro - se li abbiamo - abbiamo imparato i valori fondamentali: la responsabilità, la solidarietà, la capacità di amare e di ascoltare. E queste donne che uccidono i figli, che cosa hanno imparato dalle famiglie d'origine? Cito il direttore dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere: commentando il caso di un'altra figlicida che riempì le cronache qualche anno fa, disse che certi delitti venivano in realtà commessi da più mani di quelle del colpevole.

Terzo punto: i forcaioli.
Abbiamo visto tutti il bello spettacolo di uomini e donne (soprattutto donne, e non è un caso) davanti al carcere di Catania a fare a gara di insulti contro Veronica Panarello. Vi è piaciuto? A me neanche un po', lo dico chiaro e tondo. Perché quello spettacolo è indice di una serie di elementi preoccupanti: i forcaioli hanno la verità in tasca, tutta e subito; i forcaioli non si preoccupano di conoscere e di capire, passaggi fondamentali per la prevenzione efficace di qualsiasi bruttura; i forcaioli mi fanno venire in mente la frase di "Quelli che ben pensano", una canzone di Frankie Hi-nrg: "Sono come te ma non parlano con te, sono come te ma si credono meglio". Ho già detto e ripeto: chi commette un crimine, a maggior ragione una madre o un padre che uccidono un figlio, deve pagare. Ma la pena è quella stabilita da un tribunale al termine di un giusto processo. Quella dei forcaioli è un'esibizione gratuita e dannosa. E a proposito di valori: sono come noi ma si credono meglio.

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